PANDEMIE VIRALI E CONTAGI POLITICI

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“Pandemie virali e contagi politici” è il titolo del nuovo libro di Piero Bernocchi. Pubblichiamo qui l’introduzione al volume. Oltre che nelle librerie, lo potrete richiedere all’editore Massari o alle sedi COBAS nelle varie città.

Tra le nefaste conseguenze della pandemia da Covid 19 c’è la sinergia negativa con una serie di epidemie politiche che negli ultimi anni si sono andate diffondendo a livello mondiale, al punto da configurarsi anch’esse come “pandemie”, non meno micidiali di quelle virali sul piano dell’aggravamento delle condizioni sociali, politiche e culturali di larga parte del pianeta e dell’Italia in particolare. Si può dire che la diffusione di entrambi i contagi, sanitario e politico-sociale, si è reciprocamente potenziata con un continuo rimbalzo da un livello all’altro, che non sempre ha permesso di distinguere causa da effetto. Nei saggi e negli articoli di questo volume, ho cercato di delineare questo intreccio, dedicando la maggior attenzione alle dinamiche virali e politiche italiane, ma richiamando al contempo il quadro mondiale ove hanno agito gli effetti della Corona-pandemia e di una serie di epidemie politiche che, seppure non sempre con le stesse modalità, stanno infestando, potenziate dalle paure e dai lockdown incombenti, gran parte dei paesi del globo: e che qui di seguito proverò a riassumere.

Il nuovo populismo

Seppure la sequenza di epidemie/contagi politici, che qui presenterò, non vada necessariamente letta in ordine di importanza, credo sia bene partire dall’epidemia populista, certo pre-esistente all’arrivo del Coronavirus e provocata da cause politiche, economiche e sociali più ampie, ma che pur tuttavia ha tratto dalla pandemia virale nuova linfa e impulsi. Ora mi è ben noto che il termine populismo contiene una forte dose di ambiguità, che può coprire situazioni anche molto diverse o essere usato strumentalmente nello scontro politico. D’altra parte la stessa definizione di populismo che possiamo trovare in un buon vocabolario (cfr. Devoto-Oli), e cioè “movimento politico diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari” – che peraltro rimanda ad un altro termine ambiguo e multi-uso, e cioè demagogo (sempre dal Devoto-Oli: “personaggio politico che, lusingando e fomentando le passioni del popolo, se ne serve come strumento di potere”) – potrebbe essere applicato anche al movimento socialista e comunista ottocentesco e novecentesco. Pur tuttavia il populismo che ha contagiato negli ultimi anni gran parte dei paesi occidentali, ed europei in particolare, ha caratteristiche piuttosto precise che – in attesa di una espressione più originale e magari libera dal peso degli usi passati – rendono il termine comunque fruibile: caratteri che vado ad elencare. 1) L’idea di base è la contrapposizione tra il “popolo” e le élites politiche ed economiche, tra il rapporto carismatico e diretto con il leader-demagogo (che appunto “lusinga le passioni del popolo come strumento di potere”) e la delega alle istituzioni che vengono descritte come globalmente obsolete, corrotte e irrecuperabili per garantire il benessere popolare. Tale assioma di partenza si fonda su un’idea mitica di popolo, che prescinde da classi, ceti, conflitti di interesse, condizioni economiche: quando invece nella realtà un popolo può esistere solo se si identifica politicamente e culturalmente con una ideologia, una teoria generale di conduzione della società, un progetto politico ed economico. Ad esempio, come COBAS abbiamo usato e fatto circolare da almeno un ventennio l’espressione “popolo della scuola pubblica”, ma non certo con la presunzione di includervi tutti i lavoratori/trici del settore e tutti gli studenti ma, più limitatamente, coloro che si battono contro la privatizzazione, la mercificazione e l’aziendalizzazione della scuola pubblica e che dunque condividono una teoria interpretativa, un progetto e dei ben specifici conflitti contro la logica della scuola-azienda e dell’istruzione-merce. L’uso demagogico del termine “popolo” è invece esattamente l’opposto, punta ad includervi la quasi totalità dei cittadini/e, del tutto indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali, dal lavoro svolto, dalla collocazione territoriale, dall’età, dall’ideologia o cultura dei singoli. E nel contempo il termine “élite” è altrettanto indefinito e sfuggente, non va molto oltre una ristretta “casta” politica ed economica, di cui però si sta bene attenti a non allargare i contorni, per cercare il massimo consenso in ogni direzione e limitare al minimo l’opposizione. Basti pensare ad un Salvini che, al culmine della popolarità, arrivò ad affermare di rappresentare “60 milioni di italiani”. Quando al più, stando oltretutto ai sondaggi e non ai voti reali, il consenso che gli veniva dal 34% (punta massima) degli intervistati (ma con un 30% che non si pronunciava), lo poteva autorizzare, al massimo, a parlare a nome di un quarto degli italiani.

2) Il populismo odierno si fonda non solo sullo sbandierato disprezzo della politica politicante e delle non meglio specificate élites ma anche sulla presunzione, quasi sempre fasulla e costruita a tavolino, di assoluta estraneità dalla politica istituzionale e da ogni forma di gestione del potere, istituzionale o economico, da parte dei demagoghi populisti. Restando a casa nostra, abbiamo assistito al trionfo ventennale dell’homo novus Berlusconi, malgrado fosse personaggio impelagato fino al collo nell’utilizzo del potere economico e politico che gli derivava dalla protezione sponsorizzante di un distillato di potere puro come Bettino Craxi; o per venire a cose più recenti, può sembrare sbalorditivo come un Salvini, a venti anni già consigliere comunale e poi vissuto solo di politica senza aver mai svolto alcun altro lavoro e pienamente coinvolto e protagonista di ben tre governi di centrodestra, abbia potuto presentarsi anch’esso come leader intonso politicamente nella campagna elettorale del 2018 che lo portò al governo. Guardando poi oltre confine, il caso di Donald Trump è il più clamoroso: un miliardario frequentatore e utilizzatore sfacciato di tutti i poteri esistenti, spudoratamente descrittosi come “puttaniere”, che si presenta – e vince – da campione del “popolo”, esente da ogni collusione con il potere e con le élites, e per giunta araldo delle chiese evangeliche e del moralismo puritano USA. 3) Accennavo qualche riga fa al fatto che nel populismo, inteso come movimento che esalta strumentalmente le doti del popolo e delle classi meno abbienti, si potrebbe maliziosamente annoverare anche l’intera parabola del socialismo e del comunismo. Ma tale movimento fu di certo profondamente internazionalista, al di là del culto pan-russo staliniano, mentre una caratteristica fondante dell’attuale populismo è un nazionalismo spinto, gretto e sciovinista (dal nome di Nicolas Chauvin, soldato dell’impero napoleonico, utilizzato in numerose commedie popolari francesi per rappresentare il patriota esaltato e fanatico e il nazionalismo angusto e ostile al riconoscimento dei diritti e dei valori degli altri popoli e paesi), malgrado esso si celi dietro il pudico velo del cosiddetto sovranismo, altro termine multi-uso al servizio della concreta esaltazione di Patria e Nazione. Ma del contagio nazional-sciovinista tratterò più avanti, come pure dell’uso senza precedente degli strumenti comunicativi offerti al populismo da Internet e dai social, senza i quali tutti i motivi economici, sociali e strutturali non basterebbero a spiegare il trionfo dei Trump, dei Bolsonaro e, da noi, dei Salvini e dei 5 Stelle.

4) Un ultimo elemento del populismo odierno, di certo il più originale seppur trionfante per un periodo solo in Italia, è quello dei Cinque Stelle. Credo che gli elementi fondanti dell’eclatante parto della coppia Casaleggio senior-Grillo possano consentire di annoverarlo nella categoria suddetta. Vediamoli. a) Il punto più vistoso, che ne ha evidenziato la novità, è stata la sbandierata contrapposizione frontale tra la democrazia rappresentativa/delegata e la presunta democrazia diretta che i 5Stelle, sull’onda di un vasto successo popolare, avrebbero introdotto in Italia. Il disprezzo totale verso la democrazia rappresentativa si può riassumere nella mitica frase di Grillo sul Parlamento. “Lo apriremo come una scatola di tonno”. Che poi nei fatti i “grillini” si siano trasformati rapidamente in una versione scadente delle più “poltroniste” correnti democristiane e che siano divenuti i “tonni” più restii ad uscire dalla scatola- Parlamento, nulla toglie all’effetto dirompente che, nella prima fase della creatura grillo-casaleggina, ha avuto questo argomento sulla percezione della politica da parte di decine di milioni di italiani/e. E ciò, malgrado la presunta democrazia diretta del 5 Stelle, attraverso la farlocca piattaforma Rousseau, si sia dimostrata una ridicola truffa al servizio manipolatorio della coppia Grillo-Casaleggio (da cui, tuttora, malgrado alti lai e baruffe, i parlamentari del M5S non riescono a liberarsi, nonostante la qualità gestionale e affabulatoria del Casaleggio junior sia nettamente inferiore a quella del padre). b) L’altro caposaldo del pensiero a 5 Stelle è stat la teorizzazione dell’uno vale uno, cioè della possibilità per l’uomo qualunque (recuperando, senza citarla, la pubblicistica della creatura di Guglielmo Giannini, che ebbe nell’immediato dopoguerra un altrettanto sconcertante successo, seppur ben più effimero e circoscritto nel consenso territoriale e nella durata) di gestire, anche senza alcuna competenza (anzi, sovente sottolineando come titolo meritorio proprio tale “verginità” esperienziale), il potere politico, economico, istituzionale. Elementi che si sono rivelati rapidamente autodistruttivi nel momento in cui una moltitudine di carneadi senza arte né parte sono stati inopinatamente, e quasi miracolosamente, proiettati, grazie a poche decine di clic nelle “primarie“ sulla piattaforma Rousseau, nelle aule parlamentari prima, e addirittura al governo poi, oltre che nella gestione di Comuni anche di notevole rilievo. E con una conseguenza diretta anche nei caratteri strutturali del partito a 5 Stelle, che, rappresentato nelle istituzioni da veri e propri “miracolati”, è rimasto un’organizzazione padronale come nessuna altra mai nella storia della Repubblica italiana (persino oltre i partiti berlusconiani), alle strette dipendenze anche giuridiche di un’azienda informatica e di un ex-comico straricco di suo, e conseguentemente con un livello di democrazia interna infimo, con il record italiano (ma forse mondiale) di espulsioni in un arco di un decennio e con un inevitabile trasformismo da Guinness dei primati che li ha portati a poter stare al governo indifferentemente con la Lega come con il PD.

Nazional-sciovinismo, xenofobia e razzismo

Una seconda grande ondata “pandemica” in campo politico, sociale e culturale è quella riguardante il combinato tra nazional-sciovinismo e xenofobia/razzismo che ha agito e contagiato mezzo mondo negli ultimi anni, e che non appare depotenziato oggi, malgrado il Covid-19 dovrebbe aver dimostrato ad abundantiam la stoltezza di ogni velleità di chiusure nazionalistiche. Proprio tale combinato dimostra quanto sia strumentale il ricorso da parte dei nazionalpopulisti alla Trump o alla Orban, o alla Salvini/Meloni per restare da noi, al cosiddetto sovranismo, propagandato come volontà di prendersi/riprendersi il controllo della gestione nazionale della politica e della società. E’ sufficiente guardare ai percorsi paralleli di Trump e della Lega salviniana per dimostrare come il contagio nazional-sciovinista prenda forza e grande presa proprio dalla xenofobia, dal razzismo e dall’ostilità verso gli ultimi, come arrivi ad Occidente e come condizioni economiche, da parte dei penultimi e di coloro, buona parte della popolazione, che temono di essere socialmente ed economicamente scavalcati: al punto da far pensare, che nel rapporto causa/effetto, sia più tale timore, e la conseguente xenofobia strumentale, a pompare il nazionalismo piuttosto che il contrario e cioè il razzismo come prodotto marcio del nazionalismo. Già negli anni Novanta del secolo scorso, quando alcuni sintomi dell’epidemia razzista e xenofoba cominciavano ad apparire in Italia, usai, per descrivere tale contagio pericolosissimo, il riferimento ad una sindrome da Impero romano in decadenza o, appunto, alla lotta dei penultimi contro gli ultimi : ed oggi citerei anche i terzultimi e i quartultimi, vista la diffusione del contagio, avvenuta con una ulteriore accelerazione, in Italia, Europa e mondo occidentale, con la crisi economica esplosa nel 2008. Qui ed ora, all’uso universale e metastorico del razzismo e della xenofobia nella storia del mondo, così come alla creazione del nemico per compattare sotto di sé strati ingenti di popolazione, si è aggiunto un dato specifico di questa epoca, strettamente legato alla profonda crisi economica e sociale che ha investito l’Europa e l’Occidente capitalistico, impoverendo pesantemente ampli settori di salariati e di middle classe. Tale crisi ha creato tutte le più favorevoli condizioni per chi ha inteso usare il conflitto tra stanziali e migranti, tra nazioni ed etnie, giocando la carta mascalzona del nazionalismo sciovinista più egoista e gretto, dei particolarismi, dell’invidia sociale ed economica verso gli ultimi arrivati, del risentimento e della rabbia da indirizzare verso di essi come i più facili capri espiatori.

A mio parere, è questa operazione politica ed ideologica che, ancor più di una per nulla originale piattaforma economica e sociale (sintetizzata nell’America first), ha permesso, oltre ad un uso senza precedenti del complottismo e delle paranoie popolari ingigantiti dai social media (su cui tornerò in un successivo paragrafo), ad un trucibaldo, impostore e ignorante come Trump di accedere alla più rilevante carica politica mondiale; che ha dato benzina decisiva alla Brexit con il voto massiccio delle Midlands dove gli unici neri circolanti sono i giocatori delle squadre di calcio o di pallacanestro; che ha ingigantito il potere degli Orban, Kaczynski e simili nei paesi dell’Est dove pure i migranti extra-euroepei sono pressoché inesistenti; e che, qui da noi, ha gonfiato oltre misura le vele della barca leghista, passata dal 18% delle elezioni di marzo 2018 ad un incredibile 34% dei sondaggi – prima che la perdita del governo ma soprattutto l’arrivo della pandemia che ha spostato di obiettivo le paure e le paranoie di massa- sulla base della guerra dichiarata ai migranti. Appunto, la vera carta a disposizione, finché non si è autodissolto per la tattica suicida salviniana, del governo Lega-5Stelle, oltre all’ inconsistenza – che raggiunse il grottesco e l’autolesionismo masochista tra le fila del PD – delle opposizioni parlamentari, è stata quella della guerra all’immigrazione e dell’odio manifesto verso gli ultimi della terra. Certo, il razzismo e la xenofobia non nascono in Italia, a livello popolare, con Salvini: basterebbe pensare al clima ostile che nelle principali città del Nord Italia circondava negli anni ’50 del secolo scorso gli immigrati dal Sud, che pure sostenevano in maniera decisiva la produzione industriale delle principali fabbriche italiane: clima non molto diverso da quello che devono affrontare oggi i nuovi arrivati da Africa e Asia. Ma allora le principali forze politiche (dal PCI alla DC), sindacali (dalla Cgil alla Cisl) e persino ecclesiastiche – tutte forze allora dotate di grande influenza e autorevolezza, oltre che di grande partecipazione popolare – stroncavano gli atteggiamenti razzisti ed il disprezzo verso gli immigrati.

Invece ben altro clima si è creato all’esplodere della grande crisi economica che ha scombussolato Europa, Italia e Occidente e che ha creato, come dicevo, un clima da Impero romano in decadenza, spingendo gran parte dei moderni plebei, salariati dipendenti e middle class impoverita, ad allearsi, affratellati dalla formale e falsamente egualitaria qualifica di civis occidentalis, con i patrizi di oggi, invece che combatterli per riequilibrare la distribuzione della ricchezza: e con essi schierati contro i nuovi barbari alle porte di quel mondo occidentale che si può vedere, appunto, come la moderna Roma in via di decadenza progressiva e pur tuttavia comunque un rifugio appetibile per gran parte degli ultimi della Terra. Dal ché il micidiale impatto della guerra contro gli ultimi, dell’ostilità che vasti settori salariati e popolari hanno – dall’Italia agli Stati Uniti, dal Regno Unito ai paesi dell’Est europeo e con un contagio sempre più accelerato ed esteso – manifestato non contro le classi e i ceti più potenti e ricchi ma verso gli ultimi arrivati, temendone il sorpasso sociale e lo scavalco nella graduatoria nazionale tra ceti e classi. In particolare per l’Italia, ne è conseguito il clamoroso successo di quel prima gli italiani – ancora purtroppo attualissimo, seppur con lo sfondo opprimente della pandemia – che Salvini ha scippato a Casa Pound rendendolo un efficacissimo programma politico e ideologico su cui conta ancora di tenere vive le proprie fortune grazie all’odio aperto, sfacciato, fiero di sé, e ribadito ufficialmente in continuazione, nei confronti di neri, rom e “illegali” che ha pubblicamente sdoganato tutte le pulsioni reazionarie già operanti in tanta parte della popolazione. Insomma, razzismo, xenofobia e nazional-sciovinismo sono in realtà strumenti potenti al servizio di un odio sociale che, un po’ in tutto l’Occidente e con particolare virulenza in Italia, ha contagiato larga parte delle popolazioni, sottoposte ad un peggioramento delle proprie condizioni di vita, grazie anche ad un sistematico e velenoso lavorio politico e massmediatico di una nuova casta di “anti-casta” che ha come primo, e spesso unico, riferimento programmatico l’ingigantimento di paure, paranoie, odio e rancore di massa.

L’uso delle emergenze per ridurre la democrazia e le libertà civili

Ho dedicato un considerevole spazio di questo volume ad inquadrare la pandemia virale e i suoi effetti sociali in un contesto spaziale e temporale più ampio, cercando differenze e analogie con le grandi epidemie del passato in un arco di circa 25 secoli. Non sono stato mosso da velleità da “scienziato della domenica”, né mi interessava particolarmente confutare una certa vulgata tecnico-virologica dominante per il gusto di andar controcorrente. I confronti che troverete in vari saggi e articoli hanno come principale obiettivo quello di relativizzare la pandemia e darle la sua oggettiva dimensione storica per contribuire a svelare, per quel che può un libro, le spinte autoritarie che in molti paesi , e segnatamente nel nostro, si sono palesemente manifestate e messe in opera durante i lockdown, così come avvenuto nel recente passato per altre emergenze, quelle economiche in particolare, con l’effetto pratico di accelerare una tendenza dell’odierno capitalismo, liberista o di Stato a praticare un progressivo restringimento degli spazi democratici, nelle istituzioni e nella società, contagio antidemocratico diffuso sempre più in larga scala negli ultimi anni. Attenzione, però: non c’è alcun intento negazionista da parte mia. Nel corso di questi ultimi difficilissimi mesi non ho seguito neanche per un istante le fole complottiste e i veri e propri deliri paranoici (tema che affronterò nel prossimo paragrafo), oramai dilaganti anche su una vasta gamma di altri argomenti, in base ai quali la pandemia sarebbe una sorta di gigantesca montatura mondiale da parte delle élites e dei cosiddetti “poteri forti” internazionali. Pur tuttavia, mi sembra che il giusto dimensionamento della pandemia e dei suoi effetti globali rientri tra i precipui doveri di chi vuole cercare di salvaguardare, pur nel marasma generale, alcuni fondamentali diritti democratici e in particolare gli spazi politici e civili per l’opposizione al sistema istituzionale ed economico dominante; ma anche per sfatare alcune estremizzazioni antagoniste/ambientaliste indicanti nel capitalismo, nella globalizzazione e nel cambio climatico le cause del dilagare mondiale del Coronavirus.

A tal fine i lettori/trici troveranno nei saggi e articoli del testo non solo i raffronti con pandemie ben altrimenti micidiali (come nel caso delle pesti, del colera, della lebbra et similia, con un terzo delle popolazioni cancellato, una mortalità almeno dell’80%, effetti permanentemente invalidanti in individui di ogni età, assenza totale del fenomeno dell’asintomaticità ecc.) in periodi in cui non esisteva il capitalismo e la globalizzazione non era paragonabile con quella odierna e men che meno le “intrusioni” umane in ambienti naturali intonsi; ma anche un raffronto con la influenza Spagnola post-Prima guerra mondiale (la cui portata distruttiva fu incomparabilmente superiore all’attuale) e con le due più recenti pandemie del secolo scorso, l’Asiatica del 1958-’59 e l’influenza di Hong Kong del 1968-69 e con i loro del tutto diversi impatti sociali e tassi di allarme civile nettamente inferiori, malgrado dal punto di vista dei contagiati/e esse non furono affatto inferiori all’attuale pandemia (per quel che riguarda l’Asiatica, per il momento siamo ancora lontani dai 100 milioni, circa, di contagiati nel mondo e dai 2 milioni di morti). Insomma, seppur in nessun momento di questa elaborazione sono stato sfiorato dalle teorie paranoiche del Grande Complotto dei potenti della Terra per distruggere ciò che resta della democrazia “occidentale”, pur tuttavia sarebbe segno di cecità o di aperta malafede ignorare o sottovalutare l’utilizzo che numerosi governi e poteri economico-politici hanno fatto in questi mesi del panico di massa per accentrare ulteriormente i processi decisionali, schiacciando sotto il masso delle “responsabilità” ogni sorta di opposizione politica, sociale, sindacale e culturale.

Certo, non c’è bisogno di scomodare Naomi Klein e le sue teorie sulla shock economy (cioè, sull’uso delle catastrofi di qualsivoglia natura a fini di profitto e di restringimento della democrazia e dei diritti civili) per segnalare come tale processo di utilizzo strumentale delle emergenze non nasca oggi e abbia degli illustri precedenti. Però, non mi pare ci possano essere dubbi sul fatto che, a partire dalla crisi economica mondiale esplosa nel 2008 e con una particolare accelerazione durante questi mesi di pandemia, si è ingigantita la diffusione di un contagio politico-sociale, mirante a sostenere (e a mettere in atto) la superiorità dei sistemi istituzionali autoritari, ad un passo dal vero e proprio regime che non esclude neanche pratiche dittatoriali, nella gestione delle crisi e delle emergenze, che siano economiche, sanitarie o ambientali. Ed è sconcertante la rapida assuefazione a queste pratiche autoritarie che ha portato addirittura una larga parte dei commentatori politici e dell’opinione pubblica “occidentale” a vedere con favore ad esempio le modalità di gestione della pandemia e dei lockdown da parte del governo cinese, proprio quello che ha avuto di gran lunga le maggiori responsabilità nella diffusione mondiale del coronavirus, avendo cercato di occultare per mesi l’epidemia in atto, non essendo né contrastato né controllato da una qualche opposizione politica e/o dai mezzi di informazione nazionali, impossibilitata ad agire la prima e sottomessi al governo i secondi. Ma anche l’agire ultra-autoritario di altri governi, da quello turco a quello filippino, dalla Russia all’Ungheria e alla Polonia, che hanno approfittato della pandemia per tacitare e soffocare le opposizioni e le proteste politico-sociali, non ha ricevuto in genere né condanne, né riprovazione estesa nel mondo “occidentale”, ma, anzi, è stato sovente commentato con un misto di ammirazione e di malcelata invidia proprio per il monopolio autoritario della gestione della crisi, malgrado poi in tutti i casi citati tale riduzione della democrazia e dei diritti civili non sia servita neanche a ridurre significativamente i danni sanitari ed economici della pandemia.

E anche da noi, in Italia, ho trovato davvero sorprendente l’acquiescenza generale al processo decisionale monocratico che ha visto l’esautoramento non solo dei poteri e dei meccanismi di controllo parlamentari ma che ha scavalcato per parecchie settimane anche il governo stesso, delegando di fatto tutti i poteri al premier Conte con il proliferare senza precedenti dei DPCM, dei decreti del presidente del Consiglio; e mi ha colpito anche la vistosa minimizzazione dei divieti che hanno immediatamente colpito la libertà di riunione, di assemblea, di manifestazione quando era evidente che tutte queste attività potevano e dovevano continuare ad essere svolte, seppure con le stesse precauzioni che abbiamo usato nelle ultime settimane; o che hanno portato a chiudere le scuole ancor prima delle discoteche, bar, ristoranti, palestre e dei luoghi della movida. Seppure – lo ripeto – questo non è avvenuto seguendo un Piano, modello Spectre, prestabilito a livello mondiale e nazionale, a me pare fuori di dubbio che possa apparire, e in futuro venir utilizzato consapevolmente, come una sorta di prova generale di quanto e di come si possa diffondere passività, subordinazione e acquiescenza ai poteri dominanti nelle situazioni di emergenza, di pericolo fattuale e di massa, che derivino da gravi crisi economiche, da cataclismi naturali e sanitari.

E tale effetto ha colpito più di tutti proprio quelle aree conflittuali, antagoniste agli attuali poteri economici, politici e sociali, al cui interno opera e si riconosce la mia stessa organizzazione e centinaia di migliaia (almeno) di persone che in questi mesi, e tuttora, hanno avuto grandi difficoltà ad agire pubblicamente, a manifestare l’opposizione e le proteste a provvedimenti inaccettabili, a tenere alto il controllo e la consapevolezza di massa sugli accadimenti, dovendo sormontare non solo le paure – e a volte le vere e proprie paranoie create dal quotidiano martellamento terrorizzante dei mass-media – ma ancor più le costrizioni e le vistose limitazioni delle libertà di azione e di movimento imposte dal governo. Con davanti a noi il forte timore che tale contagio autoritario non abbia alcuna intenzione di allentarsi ma anzi rischi di cronicizzarsi, incentivando una progressiva e plumbea introiezione della passività di massa.

L’esplosione del complottismo e delle paranoie social-mediatiche

Se dovessi però classificare queste pandemie politiche, sociali e culturali in base alla loro irrazionalità e distanza oramai abissale dalla realtà-realtà (con tutti i margini di dubbio lecito sul fatto che esistano delle realtà assolute in campo sociale e culturale…ma est modus in rebus), metterei al primo posto la sbalorditiva diffusione del contagio complottista e delle più fantascientifiche e orrorifiche paranoie social-mediatiche, al cui dilagare nel mondo la Covid-pandemia ha dato un contributo decisivo: e con punte così sconcertanti e sconvolgenti da far pensare che la razionalità di massa non abbia fatto significativi passi in avanti negli ultimi trenta secoli e che alla fin fine non c’è follia che non possa dilagare se ripetuta ossessivamente e con gli strumenti giusti. Il complottismo più impressionante, la punta dell’iceberg mondiale dell’irrazionalità e delle paranoie di masse è senza dubbio quello che oramai viene definito un vero e proprio culto politico-religioso che sta dilagando negli Stati Uniti tra decine di milioni di persone e che ora si sta diffondendo anche in Europa e in altri paesi: la fede quasi mistica nella “predicazione” di Q Anonymous (popolarmente abbreviato in QAnon), un misterioso personaggio che, firmandosi così, ha prodotto la teoria fondante il culto e che la ravviva, con il contributo oramai di massa dei “fedeli”, in un Forum online da lui fondato. La “bibbia” di questo culto è in poche parole la seguente: Hillary Clinton e Barack Obama sono a capo di una setta di satanisti cannibali e pedofili che gestisce un traffico di bambini/e e li tortura, oltre a mangiarne alcuni/e, per estrarre da essi/e una sostanza (l’adrenocromo) che mantiene giovani; e proprio per restare giovani, gran parte dei divi/e di Hollywood fanno parte della setta. Queste incredibili follie horror hanno però – e questo rende tale pazzesco contagio mentale un fenomeno con assai rilevanti conseguenze – un risvolto dichiaratamente politico, che, oltre a poter catalizzare tutto il suprematismo e il fascistume americano e diffondersi significativamente anche in Europa e oltre, avrà pesanti influenze ad esempio sulle elezioni di novembre del presidente della Repubblica statunitense. Infatti i seguaci di QAnon credono e diffondono quotidianamente nel mondo (con una campagna violentissima su tutti i social media mixando i loro messaggi con il negazionismo sul Covid-19 e proponendo movimenti contro la pedofilia) che tutti gli oppositori di Trump farebbero parte di questa setta satanica, pedofila e cannibale, e che in particolare i leader del Partito Democratico USA sarebbero i capi del traffico mondiale di bambini/e.

Questa terrificante propaganda – che fa scolorire persino le pur orripilanti campagne d’antan contro “i comunisti che mangiano bambini” o contro gli ebrei “che fanno sacrifici umani”- ha dalla sua l’uso universale e ubiquo dei social media che fanno arrivare messaggi incessanti ed auto-espandentisi (ognuno/a ci può aggiungere la sua follia) a centinaia di milioni di persone nel pianeta. Insomma, con alta probabilità decine di milioni di persone andranno a votare negli Stati Uniti a novembre fortemente influenzati, se non proprio convinti al 100%, da queste terrificanti paranoie: e ad esse se ne affiancheranno ogni giorno altre, egualmente impressionanti, per raccogliere le quali il grosso della stampa passabilmente democratica statunitense, dopo un paio di anni di sottovalutazione del fenomeno (esploso nel 2018 con il primo diffondersi significativo dei messaggi di QAnon), sta moltiplicando le inchieste nel paese. Da cui escono testimonianze che sembrano uscite dalla più cupa notte dei tempi, come quella di due donne della contea di Ozaukee (stato del Wisconsin), che avrebbero scoperto una cabala, un movimento esoterico ebraico, dedita alla costruzione di una vastissima rete di tunnel sotto l’intero territorio statunitense per rapire, violentare e torturate bambini/e e bere il loro sangue senza farsi scoprire; oppure c’è la convinzione di una donna intervistata a Kenosha (città a nord di Chicago) che fornisce al cronista notizie “certissime” sul piano dei Democratici di far intervenire le truppe dell’ONU per annullare le prossime elezioni ed impedire a Trump di vincere; o le due negozianti texane che spiegano alla giornalista che voteranno Trump per fermare la setta dei satanisti e per permettere a Trump di poter continuare (come avrebbe fatto negli ultimi mesi) ad arrestare e giustiziare molti membri di tale setta e delle cabale collegate, ivi comprese la Clinton e attori famosi che però sarebbero stati rapidamente sostituiti dai Democratici con i loro sosia. E che comunque, nel caso Biden dovesse vincere – così una delle due concludeva drammaticamente l’intervista – “il mondo sarebbe fondamentalmente finito. Io proverei a lasciare il paese, ma se non fosse possibile, prenderei il mio bambino, mi siederei nel garage, accenderei la macchina e la farei finita”.

Si potrebbe provare a sminuire la portata di questo folle complottismo, sottolineando come nella storia dell’umanità deliri del genere sono circolati a livello di massa in tutte le epoche e a tutte le latitudini, e che in particolare gli Stati Uniti, per la propria particolare storia religiosa e culturale, sono stati sempre piuttosto esposti all’influenza delle sette, dei culti e delle teorie pseudo-religiose più inverosimili. Se non ci fossero però tre elementi che rendono a mio parere il processo senza precedenti e assai preoccupante. 1) Il contagio complottista si sta diffondendo anche in Europa con una certa velocità. Chi ha visto i video delle ultime settimane che riguardavano le manifestazioni negazioniste anti-Covid (anche a Roma ma soprattutto quelle di Berlino e Londra, ben altrimenti grandi) avrà notato che negli striscioni e nei cartelli comparivano, e numerose, proprio le Q simbolo del culto QAnon; i numeri sono per ora ben lontani da quelli statunitensi e per ora in Italia prevalgono ancora in Rete gli haters complottisti sul modello di quel Napalm 51 lanciato genialmente da Maurizio Crozza. Però, come insegna la pandemia sanitaria, anche il contagio ideologico paranoico, odiatore e complottardo può accelerare rapidamente e andar ben oltre i confini attuali. 2) La potenza dei social media è incomparabile con quella di qualsiasi mezzo informativo e comunicativo pre-esistente. Goebbels, che pure viene citato universalmente come incomparabile manipolatore di masse e potenziatore sommo del nazismo per via comunicativa, aveva a disposizione solo la radio e qualche filmino propagandistico, mezzi infinitamente più deboli degli attuali social che consentono ad ognuno/a di amplificare all’infinito e a dismisura il manipolante messaggio paranoico-complottista di partenza. 3) E, infine, l’effetto più drammatico é l’assoluta incomunicabilità con queste folli ed enormi “bolle” social-mediatiche da parte di coloro che, bene o male, mantengono i contatti con la realtà, ma che appaiono impossibilitati ad intervenire in questo universo di fantasie horror da degenerati mentali, del tutto imparagonabili con la classica disinformazione e lavaggio dei cervelli dei regimi autoritari e dittatoriali del passato. Come sottolinea Whitney Phillips, docente dell’Università di Syracuse (stato di New York), “sugli elettori di destra il complottiamo crea un effetto scudo che li rende invulnerabili a qualsiasi October Surprise, come si chiamano le rivelazioni scandalistiche che fino a ieri avevano il potere di sconvolgere all’ultimo momento una campagna elettorale presidenziale (n.d.A. basti pensare alla campagna vincente, orchestrata dai russi, contro Clinton 4 anni fa). Qualsiasi cosa esca a riguardo di Trump verrebbe considerata come una cospirazione diabolica per abbatterlo e non verrebbe ascoltata…Il meccanismo che fa funzionare una democrazia, vale a dire gli aggiustamenti razionali che facciamo tutti in base alle notizie che riceviamo, si è inceppato e non funziona più. Questa è gente che vive su un pianeta differente. Non puoi avere una democrazia funzionante quando la gente non condivide nemmeno più lo stesso sistema solare”.

E Phillips non parla solo degli e per gli Stati Uniti: anche di noi e per noi fabula narratur. Non ti viene in mente, caro lettore/lettrice, la campagna trionfante di Salvini, prima del clamoroso autogol del Papeete (quando veleggiava su un 34% di consensi in tutti i sondaggi), fondata non solo sull’odio contro ogni “diversità” ma su dati spudoratamente falsi a proposito dell’”invasione dei migranti” o del “dilagare della criminalità”, a cui era maledettamente difficile replicare con razionalità, data l’impermeabilità dei seguaci del Truce ad ogni argomento fattuale e il loro trasferimento su un altro “pianeta” informativo e culturale, in una “bolla” ideologica impenetrabile? E non pone questo impressionante fenomeno domande cruciali pure a coloro che, ancora oggi dopo innumerevoli smentite, confidano nel potere salvifico, per la democrazia e per ogni impostazione raziocinante, di Internet e dei social media che avrebbero dovuto far emergere gli aspetti migliori, più collaborativi, solidali e benevoli dell’umanità, mentre in tutta evidenza a prevalere in essi sono le parti più buie degli umani, l’odio, l’irrazionalità, la denigrazione violenta e gratuita e ogni sorta di paure, fobie, paranoie?

Trasformismo e poltrone: cambiare tutto per non cambiare niente, more solito?

Per quanto il trasformismo politico e del potere istituzionale possa essere considerata una pratica piuttosto diffusa in varie parti del mondo, non la elencherei nelle pandemie politiche, sociali e culturali universali ma la catalogherei come una sorta di epidemia italica, non certo esplosa ora ma andata aggravandosi negli ultimi decenni e acuitasi particolarmente con la sorprendente discesa in campo dei Cinque Stelle, la cui parabola a tutt’oggi segna il culmine storico per il nostro Paese di questa distruttiva e massimamente corrompente pratica, che si intreccia con un male ancor più profondo e di ben lontana origine che è la prassi soffocante del cambiare tutto per non cambiare niente e che mi impone di trattare anche questa caratteristica, pur particolarmente nazionale, nell’ambito dei contagi di massa che infestano e danneggiano il tessuto politico-sociale in cui siamo immersi. Va ricordato come lo stesso termine trasformismo sia di invenzione italica. Venne coniato e poi usato diffusamente nel decennio 1880-1890, quando divenne prassi costante della Destra e della Sinistra parlamentare nel Regno d’Italia la cooptazione di personale dell’opposizione nella maggioranza di governo. Il termine trasse origine da una frase pronunciata nel 1882 dall’allora presidente del Consiglio Agostino Depretis che suonava più o meno così: “Se qualcuno vuole entrare nelle nostre fila, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”. Però, a partire da quel “se vuole trasformarsi, perché no?”, nella nostra Italietta degli ultimi decenni si è andati ben oltre, e il trasformismo è diventato un carattere distintivo e apparentemente ineliminabile delle istituzioni politiche italiane, raggiungendo l’apoteosi quando un imprevedibile “movimento”, nato proprio per combattere, almeno a parole, i cancri della politica politicante nazionale, ha messo in atto, nel giro di un paio di anni, la trasformazione poltronista più sconcertante e vistosa della storia della Repubblica italiana. Cosicché la stessa definizione di trasformismo si è arricchita nel tempo di nuovi particolari e orpelli, al punto che credo valga la pena far ricorso, per fissarla meglio nelle valutazioni di chi legge, ad una articolata descrizione del fenomeno pescata da Wikipedia. Ove possiamo leggere: “Nella politica moderna, il termine trasformismo ha acquistato una connotazione prettamente negativa. Viene infatti attribuito: a) ad azioni dettate dallo scopo di mantenere il potere o di rafforzare il proprio schieramento politico; b) alla consuetudine di evitare il confronto parlamentare e ricorrere a compromessi, clientelismi e sotterfugi politici, senza tener conto dell’incoerenza ideologica di certi connubi e consociazioni. Conseguenze negative in tal senso sono lo scadimento del dibattito politico (viene a mancare una vera alternanza al potere), l’allontanamento del sistema politico dall’interesse collettivo verso il sistema paese (poiché il sistema politico obbedisce a logiche interne di proprio interesse, con spregio della responsabilità verso i cittadini) e, in ultimo ma non per ultimo, la dimostrazione di scarsa moralità da parte dei parlamentari agli occhi dei cittadini”.

Se usiamo questi criteri per definire il trasformismo, non mi pare vi siano dubbi che il processo trasformista più clamoroso è quello spiattellato spudoratamente sotto gli occhi di tutti dalla creatura di Grillo-Casaleggio senior. Nati a chiacchiere per porre fine all’inciucio permanente, al distacco della politica dalla società, alla corruzione e mafiosità diffusa nei meccanismi istituzionali, per scardinare “come si apre una scatola di tonno” le strutture parlamentari e porre fine al dominio della “casta”, sono divenuti in due anni di governo – alleandosi con due forze opposte e almeno sulla carta antagoniste come la Lega prima e il PD poi, sulle quali negli anni precedenti avevano riversato tonnellate di letame – la casta degli anticasta, con un trasformismo e un attaccamento alle poltrone da Guinness dei primati, da far impallidire i più “poltronisti” tra i vecchi DC, che però dalla loro potevano vantare ben altra esperienza e competenza politica, di contro al cialtronismo arrogante del personale raccogliticcio dei Cinque Stelle. Avendo dedicato molte pagine del presente volume all’inquietante parto grillin-casaleggino, non devo qui sottolinearne ulteriormente le caratteristiche.

Dedicherò invece un certo spazio al ricordo di come, seppur non con tempi altrettanto rapidi nè con modalità così sfacciate, è più in generale la storia degli ultimi quaranta anni italiani a segnalare un salto di qualità nel trasformismo. Su tutti certamente, M5S a parte, collocherei quello effettuato sul corpo e sulle tradizioni, ideologie, culture e pratiche del Partito Comunista, partito che ancora negli anni Settanta del secolo scorso era considerato il più rilevante, popolare e di successo Partito Comunista mondiale, al di fuori del “socialismo realizzato” e statalizzato, e che nel giro di un paio di decenni si è trasformato nel partito più liberista e acquiescente nei riguardi dei poteri dominanti capitalistici. Si potrà obiettare che almeno nelle menti dei dirigenti del PCI del dopoguerra ci fosse già una vistosa doppiezza, che cioè alla predicazione “rivoluzionaria”, o pseudo tale, post-bellica si accompagnasse nei fatti una sotterranea conciliazione con il sistema, favorita anche dalla volontà staliniana di non turbare gli equilibri di Yalta, e una forte tendenza al compromesso con il potere democristiano, da quello togliattiano che recuperò senza penalità o punizioni quasi tutto il personale fascista nelle istituzioni, fino a quello storico, come lo si volle enfatizzare, del Berlinguer della seconda parte degli anni Settanta novecenteschi: il tutto accompagnato da una gestione delle regioni “rosse” molto simile a quella delle socialdemocrazie del Nord Europa. Però, quanto accaduto dagli anni Novanta in poi, con il triplice cambio di nome – da PCI a PdS e poi a DS e infine a PD – e di ragione sociale, non ha analogie con trasformismi paragonabili in alcun paese d’Europa. La socialdemocrazia tedesca come quella britannica (post-Blair), la spagnola, francese e portoghese, per non parlare dei partiti comunisti portoghesi, greci o spagnoli, si sono comunque attestati su un decente livello di social-keynesismo e non hanno dato vita ad una analoga, supina subordinazione alle correnti dominanti del capitalismo liberista come accaduto in Italia.

E da questo punto di vista, se il trasformismo a 5 Stelle appare oggi il più clamoroso per tempi e rovesciamento subitaneo di impostazioni programmatiche e politiche, non vi è dubbio che i danni provocati dal trasformismo “di sinistra” siano stati assai più dirompenti, avendo contribuito a demolire massicciamente convinzioni e pratiche consolidate in alcuni decenni tra milioni di persone e di “popolo comunista”, mentre il consenso e il sostegno popolare al M5S, pur rapido e travolgente per un periodo limitato, è stato ben più superficiale e ondivago e non si è accompagnato ad una vera identificazione “storica” con un’organizzazione che in effetti non offriva né un’ideologia, né una teoria politica né una cultura sociale dotate di un minimo di spessore e di profondità. Oggi il PD è altrettanto privo di una solida base ideologica, teorica e culturale e procede con un esasperante e meschinello day by day affidato ad un unico criterio: la difesa del potere acquisito, un poltronismo (mi si perdoni il brutto neologismo) che non è accompagnato da nessun progetto che non sia, appunto, quello dell’inseguimento/mantenimento del potere per il potere, cercando di cavalcare le onde mediatiche più forti, come surfisti preoccupati solo di passare da un’onda calante ad una nascente: e a tal fine disposti ad abbandonare qualsiasi retaggio storico, programma “di sinistra” o tema democratico se questi (difesa del Parlamento, rifiuto del giustizialismo, sostegno ai migranti e ai loro diritti ecc.) possano mettere in crisi l’alleanza governativa con quei 5 Stelle che fino a ieri erano solo fonte di insulti, ricevuti e restituiti.

Tra i trasformismi di questa epoca, però, non vanno dimenticati i leghisti, nel passaggio, che avrebbe dovuto essere traumatico, dalla gestione Bossi-Maroni a quella salviniana. Anche in tal caso il mutamento di rotta è stato a 180 gradi, passando dalla rivendicazione di un autonomismo indipendentista delle regioni del Nord, in spregio e in conflitto non solo con il Sud ma con l’intera costruzione nazionale, ad un opposto nazional-sciovinismo, in guerra con l’Unione Europea e ancor più con i migranti, dipinti come la fonte di tutti i mali italici. Ma, esattamente come per la parabola che ha portato il PCI al rinnegamento della propria storia, ideologia e cultura o per il velocissimo trasformismo “grillino”, anche per la Lega il cambio di campo e di collocazione politica non si è accompagnato ad alcuna revisione teorica e ideologica o ad alcuna definizione di nuove, precise e trasparenti strategie politiche, che non fossero la xenofobia o le paranoie securitarie. Tutte queste forze si sono mosse come se dirette da rappresentanti di commercio, da piazzisti che, verificando lo scarso appeal di un prodotto, procedessero a cambiare il più rapidamente possibile la merce esposta, in un vortice di mutevolissime maschere di scena, che rende difficile persino a chi intende opporsi alle loro politiche trovare appigli stabili per tale conflitto. Insomma, appare evidente che l’unica molla che ha mosso negli ultimi anni le principali forze politiche (di Berlusconi e di Forza Italia non vale neanche la pena dar conto, visto che l’intera impresa è nata ed ha vissuto in funzione degli interessi privati del Cavaliere, raccogliendo materiale di seconda fila un po’ in tutti gli ambienti e orientamenti politici e ideologici) è stata la conquista e il mantenimento di un potere che non ha altro scopo che la propria autoconservazione e riproduzione. Da questo punto di vista il confronto con le principali democrazie liberali europee è decisamente impietoso. Anche colà la conquista e la gestione del potere è l’obiettivo delle principali forze politiche: ma esso non è fine a se stesso e viene utilizzato per mettere in atto strategie ben definite, per sostenere interessi economici e sociali riconoscibili, per rappresentare con una certa continuità ceti, classi, settori specifici della cosiddetta “società civile”. E quando forze europee – come ad esempio la socialdemocrazia tedesca o il laburismo inglese, l’Unione dei Cristiano-sociali e Cristiano-democratici tedeschi, o i partiti socialisti spagnoli e portoghesi, i conservatori inglesi, francesi, greci o spagnoli – in questi anni hanno rettificato le proprie posizioni, questo è avvenuto in chiaro, attraverso battaglie di linea quasi sempre aspre e alla luce del sole, con cambi palesi anche di leadership (si pensi ad esempio allo scontro tra il laburismo alla Blair e alla Corbyn, o a quello nella socialdemocrazia tedesca tra i sostenitori e gli oppositori dell’alleanza con lo schieramento di centro-destra dell’Unione CDU/CSU guidata da Merkel). Insomma, c’è nel trasformismo italico qualcosa di più profondo della pur diffusa tendenza universale all’adattamento e al compromesso della politica politicante, qualcosa di più corrompente ma anche, mi pare, di atavico, incistato nel sentire e nell’agire collettivo italiano, che risale a molto prima che l’Italia divenisse una nazione unificata e uno Stato. E’ quell’atteggiamento imperante nei secoli del Franza e Spagna basta che se magna, del tempestivo salto sul carro del vincitore, assai probabilmente frutti dell’accavallarsi e alternarsi continuo, per secoli, dei poteri dominanti in questa o quella regione d’Italia, che ha allenato i suoi popoli alla necessità di cambiare rapidamente bandiera, alleanze e sudditanze, magari dando vita qua e là, e per brevi pause dalla sottomissione, a ribellioni, rivolte che mai però hanno assunto caratteri, come invece in quasi tutti gli altri paesi europei, di vera insurrezione e tampoco di rivoluzione. E che ha abituato i vari poteri che si sono avvicendati sulla scena italica in tanti secoli ad essere conservatori anche di fronte a cambiamenti che apparissero inevitabili, quel cambiare tutto per non cambiare niente che è stato fissato genialmente come un epigramma funerario su un’intera società da Tomasi di Lampedusa nel suo celeberrimo e illuminante Gattopardo.

Per quelli/e della mia generazione politica, che hanno agito, sovente da protagonisti/e nei movimenti e nei tentativi di modificare significativamente e positivamente la società, e che hanno ripetutamente battuto la testa (e per una riflessione articolata su questo percorso politico e umano che ha accomunato tanti/e miei omologhi esperienziali nell’arco di più di mezzo secolo, rimando a due testi pubblicati nel mio sito www.pierobernocchi.it, e cioè Tra Sisifo, Icaro e Dedalo e Sul ’68, né nostalgie né abiure) contro il conservatorismo dominante – di cui il trasformismo politico, ideologico e culturale può addirittura apparire una conseguenza o un adattamento forzoso – si affaccia una domanda che può apparire del genere “è nato prima l’uovo o la gallina”, ma che a me non sembra oziosa. E cioè: il cambiare tutto, quando proprio è inevitabile, ma mantenendo inalterato l’essenziale nelle strutture economiche e sociali italiche e nei rapporti tra i poteri e tra i potenti e i senza-potere, è opera prevalente della politica e dei suoi protagonisti o scaturisce in primis da un ancora più forte conservatorismo sociale, e cioè da un inestricabile intreccio tra piccoli, medi e grandi poteri, tra interessi sociali apparentemente contrapposti o comunque in competizione tra loro che però, di fronte a possibili radicali mutamenti politici e sociali, che appaiano di destra o di sinistra, si compattano, chiudono a riccio tutti i possibili canali di trasformazione e alla fine, legando tra loro classi e ceti pur portatori di interessi diversi, bloccano ogni tentativo di trasformazione e impongono anche al ceto politico di adattarsi al mantenimento dello status quo? Interrogativo ozioso? O semplicemente dalla difficile e complessa risposta? Di certo però, non liquidabile comunque in poche righe di un’introduzione: ma di possibili risposte il lettore/trice troverà nel libro varie sfaccettature che si spera siano adeguate. Sulle quali però, devo ammetterlo, pesa una sorta di “interesse privato in atti di ufficio”. In qualche modo quelli/e come me che da più di mezzo secolo confliggono, o cercano di farlo, con il capitalismo imperante – ossia con una società fondata sul dominio del profitto economico individuale e sulla completa mercificazione dell’esistente; e che, conseguentemente, hanno provato con continuità e largo impiego di energie e passioni, a cambiare significativamente in positivo la società in cui viviamo – devono pur farsi una ragione del perché le sconfitte sono state assai più numerose delle vittorie e perché, soprattutto, i mutamenti operati sotto il nostro impulso sono stati così ridotti. E, mi pare, delle due l’una: o la larga maggioranza della società in questo mezzo secolo, malgrado le apparenze o alcuni periodi particolarmente fecondi, al dunque non era interessata davvero ai cambiamenti che proponevamo, oppure abbiamo sbagliato proprio tanto. Tertium non datur. O no?

E noi?

A parte la difficoltà di inquadrare con esattezza oggi, nella frammentazione e confusione di principi, teorie, pratiche e intenti, quel noi nel mondo variegato e sfumato dell’anticapitalismo italico, dell’antagonismo e dell’opposizione diffusa a livello di movimenti sociali e di base, non c’è dubbio che una forma di “conservatorismo” e di ripetizione continua degli stessi errori, degli stessi comportamenti da ghetto (se ti ci ficcano e non cerchi di uscirne, poi finisci per adattarti e contribuire all’autoghettizzazione) si sono incancreniti e consolidati malgrado i profondissimi cambiamenti a livello globale nel Ventunesimo secolo, le drammatiche crisi economiche e sociali e infine la pandemia virale e i suoi soffocanti condizionamenti politici, che avrebbero dovuto imporre profondi mutamenti di atteggiamento e di rapporti tra le forze conflittuali. In particolare, malgrado la gravità delle politiche governative dell’ultimo biennio, e in particolare di quelle del governo Lega-5 Stelle, non modificate però dal passaggio ultra-trasformista a quello PD-5 Stelle, non si è mai riusciti a superare quella sindrome dell’egemonismo settario e/o della reductio ad unum che ha sempre causato negli ultimi anni la disgregazione delle coalizioni create a partire dalle forze della sinistra antiliberista e conflittuale. Guardando al recente passato, balza agli occhi come, pur in presenza di una vasta gamma di movimenti, di reti, di organizzazioni, di sindacati alternativi e di comitati, collettivi e associazioni che in questi anni si sono battuti contro il liberismo e il razzismo, per giustizia sociale ed economica, per i Beni comuni e la difesa ambientale, contro la precarizzazione del lavoro e della vita, per un lavoro stabile e adeguatamente retribuito, non si è mai riusciti a stabilizzare tra questi movimenti, reti ed organizzazioni, alleanze e coalizioni durature, in grado di sintetizzare e collegare obiettivi e tematiche e di costituire un’alternativa credibile generale alle politiche dominanti. Mentre in altri paesi europei – dove pure la conflittualità tra le forze alternative e la loro dispersione e frantumazione era stata elevata per decenni (si pensi alla Grecia, alla Spagna, al Portogallo, e in parte alla stessa Francia) – si è alfine riusciti a dare vita a stabili coalizioni che hanno occupato un importante spazio politico e istituzionale, in Italia nessuna coalizione o alleanza politico-sociale-sindacale antiliberista e di base è riuscita a durare, ad ottenere risultati rilevanti e ad avere un ruolo significativo anche nelle istituzioni.

Come COBAS, in questi 34 anni di vita, abbiamo tentato a più riprese di avviare e rafforzare coalizioni e alleanze del genere, sia a livello sindacale sia su un piano politico generale. Ma i tentativi non hanno dato frutti significativi, se non nel periodo fecondo – e certamente il punto più alto, in questo secolo, di costruzione e di azione di un grande movimento di massa variegato e polivalente – del movimento altermondialista “no global” (2000-2004): un movimento e una coalizione sciaguratamente distrutti però, dal suicida coinvolgimento di varie forze ad esso interne nel percorso che portò al secondo governo Prodi. Negli anni successivi abbiamo fatto altri tentativi di costruzione di alleanze, sul piano politico e sindacale verso coalizioni altrettanto ampie di quella del movimento no-global, e sempre con buoni risultati all’inizio: ma poi le velleità egemoniche e la brutale concorrenza “gruppettara”, in una sorta di scontro tra minoranze del ghetto, hanno bruciato anche tali tentativi: l’ultimo dei quali, quello degli/delle Indivisibili (tra il 2018 e il 2019, descritto ampiamente in un paio di testi di questo libro), pur partito con buone intenzioni e ottimi risultati iniziali di massa, si è poi infranto sugli “scogli” già segnalati. Nella stragrande maggioranza dei casi tali alleanze non sono crollate su divergenze strategiche o di programma insormontabili, ma quasi sempre su questioni di metodo o, per essere più precisi, sulle regole del gioco, sulle modalità di funzionamento delle alleanze stesse. Da queste esperienze e insuccessi abbiamo tratto come COBAS alcune “lezioni” che vorrei condividere qui con i lettori/trici.

1) Nel conflitto con un capitalismo dalle mille facce è impensabile ritenere possibile una reductio ad unum dell’opposizione. Dovrebbe essere palese che non ci sono più (anzi, penso oggi, non ci sono mai state nei fatti, al di là delle ideologie) classi o ceti-guida che possano imporre subordinazione a tutti gli altri settori sociali senza potere e senza proprietà; o partiti piglia-tutto nei cui confronti la schiera dei possibili alleati rappresenti, come nel modello del PCI togliattiano, “utili idioti” da usare finchè sottoscrivono la volontà del partito-padrone. 2) La costituzione di una alleanza e di una coalizione, che usi magari una sigla riconoscibile, non implica affatto la sparizione, sul piano simbolico, delle sigle e delle bandiere e, sul piano sostanziale, delle identità delle forze componenti la coalizione. Anzi: la massima valorizzazione delle rispettive piattaforme e identità è il modo migliore per arricchire la coalizione. Chi dice: “togliete tutte le bandiere” (e di conseguenza pretende il ripudio di tutte le identità), in genere vuole imporre una nuova bandiera (la propria) e una identità dominante (sempre la propria). 3) Costituire una coalizione non significa imporre unanimità permanente e assoluta compattezza decisionale. Si può stare insieme su tante cose importanti ma trovarsi in disaccordo su alcune scelte. In questi casi, la soluzione migliore è quella di non fare uso della sigla comune ma di gestire le iniziative con le componenti della coalizione che sono d’accordo, senza per questo rompere con gli altri e senza dover essere sottoposti a boicottaggio da chi non condivide l’iniziativa: pratica purtroppo divenuta assai diffusa negli ultimi anni, molto di più di quanto accadeva nei pur fortemente “concorrenziali” anni Settanta, laddove però la concorrenza tra i gruppi e gruppetti non implicava la pratica costante del boicottaggio reciproco. Ci si può separare momentaneamente ma senza pestarsi i piedi per poi, passata la contingenza, ripartire insieme. 4) Si può affermare all’interno di un’alleanza una leadership di “volti” più popolari di altri, ma va escluso che una coalizione possa davvero esprimersi con una sola faccia e una sola voce in permanenza. Sta alle leadership in formazione capire la necessità di esprimersi in alcune occasioni con una sola voce e in altre con una pluralità che non sia però cacofonica. 5) In un alleanza, non è pensabile votare con maggioranze risicate ma si può e si deve decidere solo con larghissimo consenso: in caso contrario, ci si muove con autonomia ma non scontrandosi puerilmente, per poi ricercare l’unità passato il contrasto.

Ferma restando la necessità di un accordo di massima su punti programmatici di fase, l’esperienza ci insegna che il non rispetto di queste (o analoghe) “regole del gioco”, impedisce anche a coalizioni, movimenti ed alleanze, pur piuttosto coese nei contenuti, di esprimere le proprie potenzialità, allargarsi e durare efficacemente nel conflitto contro i poteri esistenti. Cosicché, mantenendo fede nell’efficacia di queste regole del gioco, se applicate seriamente e con convinzione, in questi giorni così difficili ci domandiamo se almeno la complessità e la drammaticità del momento consentirà di applicarle davvero e di provare così a superare la frammentazione sconcertante delle forze che si battono per cambiare in meglio la nostra società. E verrebbe da dire, se non ora quando? se anche questa frase, certo giustificata, non l’avessimo già pronunciata spesso negli ultimi anni. Durante i quali mi è capitato sovente di fare un’analogia con il volo umano, impresa che sembrava folle e impossibile e che ha avuto successo dopo un numero incalcolabile di fallimenti. Solo che non possiamo riproporci i tempi biblici trascorsi dal mito di Icaro al trionfo degli aerei intercontinentali: e dunque, in ogni caso vale la pena di provare e riprovare incessantemente, qui ed ora. Anche perché sarà pure anch’essa una frase dalla lunga storia, ma resta profondamente vero che l’unica battaglia che sicuramente non si vince è quella che non si combatte.

P.S. Nel materiale del libro, troverete degli scritti firmati come portavoce COBAS. Questi sono frutto di un lavoro collettivo e di una condivisione da parte della organizzazione alla quale appartengo. Tutti gli altri testi, che poi sono la larga maggioranza, sono di mia esclusiva responsabilità.

Piero Bernocchi

settembre 2020